AGORA SKIDROW: E la mia ultima parola avrà il suo nome

Dimenticare, dimenticare. Devo dimenticarla. Devo bere forte. Non riesco a credere che abbia pensato che fosse tutta una scusa.

Charisma, la mia ormai ex, non ha reagito bene quando le ho raccontato che non sono riuscito a raggiungerla al party dell’altra sera nella foresta perché una strega quasi mi avrebbe ucciso.

La prima cosa a cui a pensato è una bugia. Si, lo ammetto, in passato mi è capitato di piantarle scuse assurde. Ma non questa volta. Comunque per dimenticarla, ho deciso di andare a bere duro al “L’inflessibile”, un saloon all’estrema periferia di Agora, proprio a limite con le terre desolate dell’Ovest.

Sono seduto al bancone col bourbon proprio davanti a me, e credo d’esser già al terzo bicchiere, quando la mia attenzione è attirata da quattro tipi che stanno giocando a poker.

Tre sembrano essere compagni di malefatte, sono i classici pistoleri farabutti che girano per il deserto di Agora a fare razzie, e dalle loro facce si capisce subito che non hanno buone intenzioni.

Poi c’è questo tipo dall’aspetto misterioso. Indossa uno spolverino nero con sfumature porpora, un cappello da cowboy a tesa larga che insieme ad una sciarpa alta gli maschera completamente il volto, e dei guanti vellutati anch’essi porpora. O Meglio, un guanto. Indossa solo un guanto. L’altra mano, quella destra, è ossuta, affusolata, dalla pelle scura e lucida, quasi nera, tipica delle creature notturne, con lunghi artigli.

Uno dei quattro si alza stizzito, e verso lo strano tipo: “è impossibile. È impossibile che non ne perdi neanche una, gringo! Secondo me stai barando”.

Mi si siede a fianco un anziano, elegante nel vestiario, ma trascurato nell’aspetto: ha un taglio non curato da mesi, e barba incolta di almeno qualche settimana.

“Meglio farebbero quei tre a lasciare perdere…”, con estrema calma ed eleganza, il vecchio afferra la bottiglia di bourbon sul balcone e se ne versa un bel bicchiere pieno per poi berne metà in un solo sorso, come fosse acqua fresca.

Mi volto nuovamente verso il gruppetto del poker, e noto che i compagni di quello in piedi gli fanno cenno di calmarsi e sedersi. I tre si lanciano sguardi d’intesa, poi si rivolgono verso lo strano tipo con sospetto ricominciando a giocare con gli sguardi concentrati sulle proprie carte.

“Conosce quel tipo seduto al tavolo con quei tre?”, faccio al vecchio al mio fianco.

L’anziano si volta molto lentamente con aria alticcia, e guardandomi a fatica con l’unico occhio che gli rimane mezzo aperto, abbozza una leggera smorfia sorridente per poi riabbassare lo sguardo.

Credo che non mi dirà un granché, quindi mi giro verso il bancone e rifisso il mio bicchiere.

Una voce profondissima appena percettibile “era mio figlio…”, mi volto verso l’anziano che butta giù il resto del bourbon rimastogli nel bicchiere. Fa una smorfia. L’alcool è forte, ma si vede che lui è più forte. È segnato il volto, e ora riesco a vederlo bene, è pieno di rughe e cicatrici.

Allunga la mano verso di me: “Sparks… sono padre Sparks”. Ricambio la stretta. “Padre Sparks? Ho già sentito questo nome. Siete famoso?”

Si versa un altro bicchiere pieno fino all’orlo: “No, solo un umile pastore. Ma non sono sempre stato un religioso”.

Lo guardo con curiosità e lui percepisce che ha la mia attenzione.

“Che vuoi? Non sono molto in vena di confessioni stasera”.

Fa una lunga sorsata.

“Perché ha detto era mio figlio? È veramente suo figlio quello laggiù?”

“Prima cosa, smettila di darmi del lei. Non sono nessuno. E seconda cosa, si”.

L’anziano è restio a parlare ma la curiosità di saperne di più su quel tipo misterioso è troppo forte.

“Scusa la franchezza, ma non sembrate imparentati…”

Sparks mi lancia un profondo sguardo intimidatorio. Capisco che non sta mentendo.

“Ok, ragazzo. T’interessa davvero ascoltare le parole di un povero vecchio ubriacone?”

Rimango in silenzio a fissarlo in attesa.

Si volta e mi scruta dalla testa ai piedi, poi prende il mio bicchiere e lo riempie.

“Bevi allora. Non mi fido di chi non beve in compagnia”.

Sono già molto brillo, ma credo che un paio di bicchieri ancora li posso reggere. Devo bere ormai.

Faccio una leggera sorsata e l’anziano mi guarda con un sorriso fanciullesco.

“Diamine! Bevi proprio come una ragazzina. Vieni dalla città, vero?”

Annuisco col capo.

“Ah, si vede subito”.

Contraggo il viso in una smorfia. L’alcol mi sta stordendo, comincio a sentilo.

“Quindi mi dicevi che non sei sempre stato un religioso”.

Sparks nega, e come se si stesse scrollando la confusione di dosso: “No, diamine! Anche io ho avuto i miei giorni di gloria all’Ovest”.

Lo guardo e una luce di nostalgia sembra illuminargli il volto.

“Ero sceriffo un tempo. Avevo una moglie. Avevo un figlio…”.

“Sceriffo?”

“Già, sceriffo. Ero il più veloce, il più coraggioso, il più… bah, ormai sono solo il più alcolizzato”.

Abbozzo un leggero sorriso e Sparks ricambia.

“Sai, solo mio figlio, riusciva a battermi!”

Sparks beve duro.

“Ha sempre avuto qualcosa in più rispetto agli altri. Il più veloce con la testa e con le mani. Diamine! Mi ricordo la prima volta che gli misi una pistola in mano. Avrà avuto cinque o sei anni, ora non ricordo esattamente…”.

Fa una sorsata e mi guarda con gli occhi strabuzzanti di stupore: ”Ragazzo, sembrava esser nato per far abbaiare il cane sul tamburo!”

Gli faccio: “Cinque anni?! Sparava da così piccolo?”

“Già. È sempre stato precoce in tutto. D’altronde, perdere presto la madre, ti segna in qualche modo”.

Lo guardo con compassione.

L’anziano abbassa leggermente lo sguardo e una triste sfumatura appare sul quel trascurato volto ebbro.

“Mia moglie, Elsinore, morì poco tempo dopo aver dato alla luce il piccolo Jedidiah, e dunque è cresciuto con me. Solo con un padre. E che razza di padre…”

Sparks tira su il naso e s’asciuga con la mano sudicia e bitorzoluta due solitarie lacrime che gli stanno percorrendo le rughe del volto.

“Ho fatto del mio meglio per colmare quell’enorme mancanza, ma a certe cose non puoi proprio porre rimedio, e dunque da piccolo già lo vedevi con pistola in mano respirando polvere da sparo. Lo portavo con me durante il lavoro, insegnandogli i principi della legge. Forse questa mia ossessione per la giustizia, il mio mestiere, lo spinse a diventare cacciatore di taglie”.

“Cacciatore di taglie? Un momento, non vorrai dirmi che quello laggiù è il famoso Jedidiah Sparks? E che tu, sei il padre di Jedidiah Sparks il più grande bounty killer che Agora abbia mai conosciuto…?”

L’anziano annuisce col capo e con l’angolo del labbro abbozza un leggero sorriso di compiacimento, “Già. Figliolo… lui era quel Jedidiah Sparks”, poi un velo di tristezza gli scende sul viso.

“Ma che fine aveva fatto in tutti questi anni? Era completamente svanito nel nulla. Alcuni pensavano si fosse ritirato, altri addirittura che fosse morto”.

“Ritirato… no…”

L’anziano sbuffa leggermente, si versa un altro bicchiere bello pieno, e ne fa una profonda sorsata.

“Ragazzo, forse è meglio…”

SBAAAM!

All’improvviso il tavolo del poker viene scaraventato sotto sopra e tutte le carte cadono sul pavimento.

Immediatamente mi volto verso i quattro giocatori.

“Ehi, gringo, hai finito di barare! non è possibile vincerle tutte!”.

Quello in mezzo dei tre cowboy mette la mano sulla fondina della pistola.

Jedidiah alza la mano sinistra invitandolo a fermarsi: “Due minuti allo scoccare della prima del meriggio. Se giustizia chiedi, andiamo fuori, e giustizia avrete”.

I tre manigoldi si guardano sghignazzando: “Noi tre contro te?”

Il cappello di Sparks annuisce, afferra una bottiglia di whisky piena per metà, e la scola alla goccia! In un solo fiato! poi  cammina verso l’uscita sparendo dietro le porte a ventaglio del saloon.

Il capo dei tre: “È già morto quel povero cretino. Ragazzi non uccidetelo subito. Sparategli prima alle braccia. Dobbiamo dargli una bella lezione”, gli altri due annuiscono,

e con un gesto d’assenso comune i tre escono dal saloon.

Lancio un’occhiata a padre Sparks che si gira verso il bancone rimanendo in fissa sulla bottiglia, poi fa un’altra profonda sorsata di bourbon.

Tutti i clienti del saloon eccitati escono immediatamente dietro i tre farabutti.

Solo io e padre Sparks rimaniamo nel locale. 

Lo guardo e con voce concitata: “Non vieni a vedere?”;

E lui con una calma mai vista: “No. Non m‘interessa vedere tre bastardi che stanno per morire”.

Non posso credere con che tono mi dice queste parole. È certo. Dall’espressione di padre Sparks quasi annoiata, capisco che quei tre moriranno, almeno lui ne è palesemente convinto.

Il cuore mi batte a mille. Sono troppo curioso per non andare fuori.

Mi alzo di scatto ed esco. Non ho mai visto un duello con le pistole.

La polvere s’alza dal terreno sollevata da un leggero vento caldo. Gli stivali del fantasma delle terre desolate si scavano leggermente nel suolo. I tre lo guardano sghignazzando: “Ehi, scherzo di natura, se non ti giri, spariamo lo stesso. Lo sai questo?”.

Revenant non si muove. Rimane impassibile a una decina di metri di distanza dai tre. 

“Hai capito gringo?”.

Si scosta lo spolverino dalla fondina, ed estrae una sorta di revolver. Non è una comune arma, è enorme, tutta intarsiata d’oro, con quattro rossi propulsori, e due code in corda che penzolano dell’impugnatura. Più che un’arma, sembra una creatura. 

Mancano pochi secondi all’una ormai. 

In un istante apre il tamburo della pistola, e da quella strana mano demoniaca escono degli strani, oscuri, corpi di colore rosso, che entrano nel tamburo autonomamente come se fossero creature addomesticate. Il fantasma con un gesto della mano chiude l’arma e la ripone nel fodero. 

Ormai ci siamo.

DONG! 

Rintocca la campana!

Il cacciatore di taglie si volta verso i tre che lo guardano con un sorriso ebete con le pistole già vigliaccamente puntate verso di lui. 

Con l’oscura mano indica uno dei tre, quello centrale, e al termine di quel solo rintocco di campana, sparisce. Non c’è più! 

Il pistolero centrale comincia a urlare terrorizzato. Gli altri due si guardano intorno, poi osservano l’amico in difficoltà. Sono completamente disorientati. Il farabutto viene colpito all’improvviso da due possenti colpi e sbalzato a circa 10 metri. 

Gli altri due lo osservano increduli. 

Proprio davanti a loro riappare il fantasma. Sono pietrificati dalla paura. 

Revenant spara due colpi facendo saltare loro la pistola dalle mani. 

I due si guardano increduli ed entrambi quasi all’unisono estraggono un’altra pistola da sotto la giacca. 

Non posso credere a quello che sto vedendo. 

Il fantasma con l’inquietante arto s’abbassa la sciarpa che gli maschera il volto, rilasciando inaspettatamente una sorta di proiettili oscuri, se si possono chiamare così, che come teleguidati colpiscono i due sbalzandoli a metri. Immediatamente si ricopre il volto. 

È impossibile! Nonostante si sia in parte scoperto, non sono riuscito a vederlo. È come se non avesse volto. Solo gli occhi si riescono a intravedere sotto l’ombra del cappello. Sono come due fiamme di un rosso intenso e acceso. Il redivivo si sistema la visiera e, voltandosi verso la periferia, comincia ad allontanarsi molto lentamente.

Padre Sparks mi s’avvicina: ”Se il fantasma delle Terre Desolate alza il gomito, non c’è forza sulle lune capace di fermare il massacro”.

“Ma chi diavolo è quello?”, gli faccio.

“Hai detto bene figliolo… quello è un diavolo. Ma non stiamo sotto questo sole cocente. Andiamo a rinfrescarci dentro con un bel goccetto”. 

Sparks con un gesto di capo m’invita a rientrare nel saloon per poi sparire dietro le porte del locale.

“Adesso devi spiegarmi come diamine è riuscito a sparire nel nulla. Non ho mai visto nessun uomo muoversi così.”

Padre Sparks scuote il capo: “Non hai mai visto un uomo muoversi così… ma quello, lex, non è più un uomo”.

!Cosa vorresti dire?”.

“È una storia lunga. E sono troppo sobrio per cominciare a raccontare”.

Sparks afferra la bottiglia di bourbon, guarda il barman che gli lancia un’occhiata d’assenso, e ne beve a canna quasi metà.

Lo osservo attentamente e non capisco ancora come faccia a stare in piedi dopo tutto l’alcool che si è scolato.

“Cosa è successo a Jedidiah?”, lo affronto guardandolo dritto negli occhi. S’accorge che si è sbilanciato e che l’alcool ormai abbia allentato i suoi ultimi freni.

“Lex, lex, lex… tanto non mi crederesti mai”.

“Beh, mettimi alla prova”.

Mi guarda con aria di sfida.

“Ok, figliolo. Quello che hai visto, non è un uomo, ma un demone. Uno spirito maligno, o qualcosa del genere”.

“Un demone?”, gli faccio con aria incredula.

Sparks annuisce: “già…”

“Mi vuoi spiegare cos’è successo a Jedidiah? Come mai è sparito per tutto questo tempo?”

L’anziano nega col capo.

“Sai, ci provi a far desistere i figli dalle scelte sbagliate, ma è come un principio universale: loro faranno ciò che gli sconsigli”.

“Cosa mi stai dicendo?”

“Quindici anni fa… caspita, quanto tempo è passato, Jedidiah fu chiamato su Letha per un incarico di massima segretezza. All’epoca mi disse che l’imperatore di Changdi in persona gli scrisse, anche se io non ci ho mai creduto”.

“Che incarico?”

“Beh, figliolo, quello che ti sto dicendo dovrà rimanere per sempre tra me e te. Promesso?”

Sparks mi allunga la mano e annuendo col capo gliela stringo con fermezza. Deve sentire che non lo tradirò.

“Era un lavoro facile. Almeno così continuava a dire. Sarebbe dovuto andare a Kallia, e terminare la tirannia di una giovane nobile che si rifiutava di sottostare agli accordi della confederazione voluta dall’imperatore. Sai, Kallia è sempre rimasta indipendente”.

“Quindi aveva l’ordine di uccidere questa donna?”

Sparks fa un’altra profonda sorsata direttamente dalla bottiglia e contrae il viso in una smorfia.

“Già, proprio così. Avrebbe dovuto uccidere quella nobile che tutti chiamano la Contessa”. 

“COSA?!”

Sparks si volta immediatamente notando il mio stupore e mi fa cenno di abbassare il tono con la mano.

“Intendi la stessa nobile che ha raggiunto da poco Agora?”

“Si… proprio lei”.

“Ma perché proprio una contessa? Normalmente non si occupava di taglie sui criminali?”

“Si, figliolo. Non so ancora come fece l’imperatore a convincerlo. Forse gli vendette due palle sulla giustizia e sul fatto che quella donna soggiogava aspramente il suo popolo. Non lo so ragazzo, ancora non lo so. So soltanto che tornò a Omeda convintissimo. Cercai in tutti i modi di dissuaderlo, ma niente. Parole buttate al vento”.

“E cosa accadde?”

“Quello che non mi sarei mai aspettato… “

Sparks afferra di nuovo la bottiglia e fa un’altra lunghissima sorsata.

“Si recò a Kallia, ma non la trovò. Vuoto il suo castello. Senza una guida il suo regno. A sud si vociferava fosse andata, nelle terre magiche di Sorvukk, dove il potere dell’ombra dell’Ashur aveva aperto strani portali per dimensioni a noi ancora sconosciute”.

Ora ricordo, quel vecchio al bar dell’inflessibile dell’altra sera, blaterava qualcosa di simile sulla Contessa… come si chiamava… Harue! Vuoi vedere che quel vecchio pazzo raccontava la verità?!

L’anziano continua: “Durante il viaggio verso sud la incontrò e… lex, te lo posso giurare su quanto mi è rimasto di più caro, non riesce ancora a descrivere la potenza con la quale quella donna lo tracimò. Era uno spirito nella nebbia. Un’ombra di morte”.

“Cosa mi stai raccontando?”

“Mio figlio… Jedidiah morì quella notte”.

“Come morì?!”

Lo guardo dritto negli occhi cercando il suo sguardo che rimane fisso sull’etichetta della bottiglia.

“Si, lex. Quella creatura malefica lo scaglio giù da un dirupo”.

“Ma com’è possibile?”, e con un gesto rapido di capo mi volto verso quella figura oscura “E quello laggiù?”.

Sparks mi fa: “Questa è una storia che non ha un finale ragazzo…”

Lo guardo con aria confusa.

“Completamente dissanguato, e traendo il suo ultimo respiro su quelle aspre rocce che accoglievano il suo corpo esanime, una creatura, uno spirito demoniaco, alieno, subdolo, s’impossessò del suo corpo, e Jedidiah Sparks sparì”.

L’anziano gesticola rappresentando la sparizione con un gesto delle mani da illusionista.

“Revenant ormai è il suo nome, e il suo ultimo obiettivo è divenuto il suo solo… uccidere quella dannata creatura assetata di sangue: la Contessa”.

“Ma come riuscì a impossess…”

Sparks nega col capo: “Figliolo, come faccio a sapere come. A stento comprendo me stesso. I segreti dell’universo rimarranno sempre celati. Ti dirò soltanto ciò che mi disse al suo ritorno, ancora lo ricordo come se fosse appena accaduto: ‘Fui il portale. E per vendetta, decisi di farlo entrare’”.

Non capisco quello che mi sta dicendo. L’alcool deve averlo stordito ben bene.

“Non mi credi vero?”

“Si, ti credo è solo che…”

“Non mi credi. Tranquillo… ma un’ultima cosa te la voglio svelare. Vieni qui…”

Sparks mi prende di forza il braccio e mi trascina a pochi centimentri da lui posandomi letteralmente le labbra sull’orecchio bisbigliando: “Nessuno sa il vero nome della contessa a parte lui”, poi mi spinge lontano facendomi quasi cadere.

“E adesso lasciami stare! Mi hai rotto le scatole abbastanza per oggi. Vai a scocciare qualcun altro!”

L’alcool deve aver fatto effetto tutto in un colpo solo.

Sarà meglio che vada.

Guardo il barman, e gli faccio capire che pago anche per padre Sparks. Lascio una bella banconota, con tanto di mancia, ed esco dal locale.

Fuori non c’è nessuno. Il crepuscolo è ormai calato. Scende in fretta qui all’ovest. Alle due è già notte.

Una leggera brezza fredda si alza e un brivido mi corre lungo la schiena facendomi tremare.

“Sta alla larga da quel vecchio”.

Mi volto e diamine! Ho proprio di fronte Jedidiah Sparks.

Provo a scrutargli il volto, e diamine! Non ha veramente espressione. È completamente celato dall’oscurità. Si vedono soltanto quelle due rosse fiamme.

“Tu sei davvero Jedidiah Sparks?”

Revenant si volta e comincia a camminare.

Glielo urlo nuovamente alle spalle: “Lo sei davvero?”

Il fantasma delle terre desolate continua a camminare.

Per attirare la sua attenzione gli faccio: “Revenant! Dimmi il suo nome!”.

Si ferma un istante irrigidito, e con un filo di voce sibillina: “Dimentica tutto quello che hai sentito stasera”.

Devo riuscire a scucirgli qualcosa, quindi alzo la voce e gli domando: “Qual è il suo nome?!”, ma lui continua a camminare stoicamente.

Con tutto il fiato che mi rimane in corpo “Qual è?”.

Il redivivo nega fermamente col capo: “Non lo saprai mai…”, e sparendo nell’oscurità della notte, con una voce profondissima che ancora mi fa vibrare lo stomaco: “… Ma la mia ultima pallottola avrà il suo nome!”.

 

 

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